Sicuramente, ciò di cui sto per parlarvi non riguarderà il 100% delle persone che leggeranno questo articolo.
Ma sono certo che almeno il 75-80% di voi si saranno misurati almeno una volta nell’affascinante sfida di scrivere una poesia. C’è chi ha cominciato e non ha mai smesso, prendendoci gusto e affidando ad un quaderno, magari ben nascosto in un cassetto, liriche, pensieri e poesie. È così liberatorio farlo, è quasi un segno di un passaggio di coscienza: in genere capita nell’adolescenza, quando cominci a prendere consapevolezza delle nostre unicità.
Ho sempre amato la poesia. L’ho sempre guardata con grande rispetto. Sono sempre stato affascinato dai suoi equilibri, dalla danza che quelle parole contenevano. L’elenco di quegli amori è lungo, ma penso alle “corone di freschi pensieri” di Giuseppe Ungaretti, al “vento di re” di Ezra Pound, allo “spirito di bellezza” di Oscar Wilde. Penso anche alla magia di Fernando Pessoa: “No: non dire nulla. Supporre ciò che dirà la tua bocca silenziosa è come udirlo già”. E poi ho un brivido pensando a Emily Dickinson: “essere un fiore è profonda responsabilità”.
Anch’io ho scritto poesie in passato. Le ho affidate a un quaderno che casualmente – anche se il caso non esiste – è spuntato fuori proprio in queste ultime settimane. Ho citato grandi nomi e grandi anime. Siate magnanimi nel giudicare queste poche righe che da anni cercavano di nuovo un po’ di luce.
Aliti d’ali.
Sarà curioso vedere come andrà a finire.
Le ipotesi.
I convincimenti.
Le rinunce.
Le attese.
E infine la resa.
Incondizionata, di fronte all’universo.
Quello là.
Voleva parlare d’amore.
Ma conosceva solo poche parole.
Così restò muto.
Ma il tempo parlò a suo nome, raccontando la verità, come sempre.
A lui, a quello là
non rimase che l’inganno
di mille desideri.
Onde.
Ieri ho volato oltre il cielo.
Ho sorvolato la pianura.
Ho assaporato i gusti e raccolto le essenze.
Ho pianto a lungo.
Cos’altro potevo fare di fronte al mare?