C’è una piccola differenza tra le parole Errore e Orrore, eppure tra i due termini si apre un abisso di significato. Sono sfumature come queste a rendere affascinante la nostra comunicazione quotidiana, fatta di dettagli, di equilibrio e di piccole grandi distanze semantiche. È proprio su queste riflessioni — spoiler — che concentrerò la mia attenzione nelle edizioni extra large di Albachiara di giugno, luglio e agosto.
L’errore non è orrore, per fortuna. Anche se, in potenza, potrebbe diventarlo: una ruspa parcheggiata in collina senza freno a mano, un rubinetto della vasca lasciato aperto per distrazione, un pilota che, per un improvviso vuoto di memoria, dimentica come far atterrare un aereo. Basta poco, a volte, perché una disattenzione si trasformi in qualcosa di ben più serio.
Ma torniamo agli errori, anzi, agli Errori con la E maiuscola, quelli che fanno parte della vita, dei tentativi, delle giornate vissute davvero. Mentre scrivo, è passato esattamente un anno da quando abbiamo girato il booktrailer di “Mi hanno detto che morirò martedì”. Eravamo a Brera, nel cuore di Milano: io, Loriana, Andrea, Vito e Alessandra. C’era entusiasmo, voglia di metterci in gioco, ma anche quella leggerezza tipica delle giornate che assomigliano un po’ a una vacanza, anche se non lo sono.
A quell’esperienza ho dedicato una riflessione e oggi, a un anno di distanza, ho deciso di tornarci sopra. Non tanto per raccontare il risultato finale, quanto per condividere ciò che spesso resta dietro le quinte: i tanti errori, le imperfezioni, gli inciampi e soprattutto le risate che li hanno accompagnati.
Errori, non orrori. Perché, alla fine, tutto è filato liscio — o quasi — e si è concluso nel modo migliore possibile: con una bella cena in compagnia, qualche brindisi, e il sorriso di chi sa che anche gli errori, a loro modo, possono diventare ricordi preziosi prima di rientrare a casa.
