In questa primavera incerta, che sorride al Sole ma che ama anche Giove pluvio, vi segnalo una bella intervista curata da Riccardo Vassalli, che ringrazio, per la rivista ticinese Info PMI, nella sua edizione del Mendrisiotto.
Il tema è ancora una volta il mio primo romanzo, ambientato proprio a Mendrisio e dintorni. Potete leggere l’intervista integrale a questo sito, ma con piacere vi propongo un paio di passaggi.
Con il libro si riflette sul destino. Credi sia scritto davvero o abbiamo il potere di cambiarlo ogni giorno?
Credo in entrambe le cose. Abbiamo una parte di destino pre-definito, non ci sono dubbi: lo stesso luogo in cui nasciamo, la famiglia che ci troviamo, la cultura in cui respiriamo è qualcosa che qualcun altro (i nostri genitori, in primis) sceglie per noi. Abbiamo una forma di destino già scritto anche per quanto riguarda le nostre attitudini, i nostri talenti, le nostre capacità: io sono convinto, ad esempio, di aver compreso e coltivato da bambino la passione per tutto ciò che è comunicazione, interazione con gli altri e contatto. A questo, ovviamente, dobbiamo aggiungere il libero arbitrio, che a volte – raramente, secondo me, ma succede – può sparigliare le carte, anche in modo clamoroso. Conoscere sé stessi, come ci consigliavano gli antichi, rimane comunque il modo migliore per viaggiare in equilibrio tra destino e scelta.
Cosa ti auguri che resti al lettore dopo l’ultima pagina?
Uno dei segreti del buon vivere, secondo me, è restare connessi alla curiosità, al porsi domande, al mettere in discussione anche le nostre certezze. Mi piace osare, anche con le piccole cose. Quante volte cambiamo il posto in cui a casa, alla nostra tavola, ci sediamo e mangiamo? Forse è una riflessione curiosa, ma penso che restare in allerta sul senso del vivere passi anche attraverso queste piccole scelte. Ecco quello che auguro ai lettori che leggeranno il mio libro. La magia del vivere a volte sceglie strade e percorsi insoliti, come la lettura di una storia curiosa. Dare spazio all’impossibile a volte può aprire nuove vie di comprensione. E diventarne consapevoli, magari comincia proprio dalla scelta di cambiare prospettiva, lasciando dopo vent’anni il posto in cui ci sediamo a tavola. A volte funziona.


